Dolomiti del Brenta: giro delle bocchette

il trio sotto al Campanile Basso

il trio sotto al Campanile Basso

Come annunciato abbiamo passato 5 bellissimi giorni in questo angolo delle Dolomiti, percorrendo moltissime ferrate. Con noi si è aggregato all’ultimo momento Nicola: graditissima presenza. Lunedì mattina partiamo per Madonna di Campiglio, ma ce la prendiamo con calma: Nicola deve sbrigare qualche ultima faccenda (visto che non era previsto che partisse) e noi ne approfittiamo per riposare un po’ visto che il giorno prima abbiamo salito il piz Ferrè. Il viaggio dura un’oretta in più del previsto a causa di un imbottigliamento lungo la statale che ci porterà a destinazione. Arriviamo verso le 13, fino alle 14 la funivia è ferma per la pausa pranzo… incominciamo bene! Comunque diamo nuovamente un occhio alla guida e alla cartina e decidiamo di non modificare il programma della giornata, 4 ore di cammino, lungo la prima ferrata, e saremmo arrivati al rifugio prenotato, il cui gestore avvertiamo del nostro probabile ritardo.

Finalmente saliamo al passo Grostè, comodamente in funivia… è lì che ho la folgorazione! io ci sono già stato qui, a sciare d’inverno con un compagno di università!

Dal passo del Grostè seguiamo i segnavia che ci portano su un sentiero che attraversa una distesa di roccia levigata ricca di fessure. Ad un certo punto vediamo in lontananza un cartello, ma nella stessa direzione indicata dal cartello, più vicino a noi, degli invitanti ometti… dove vuoi che portino, andranno anche loro là, no? E’ solo una scorciatoia, anche il gps ce lo conferma… NON L’AVESSIMO MAI FATTO! Da lì in pratica abbiamo seguito quei malefici ometti che però puntavano alla cima Roma e non al sentiero Benini. A dire la verità inizialmente ci siamo avvicinati molto all’attacco del sentiero predetto, ma non avendo più seguito il sentiero ci siamo affidati esclusivamente alla traccia GPS… peccato che ad un certo punto ci siamo trovati su una cengia, sempre più stretta ed esposta… per non parlare del fondo, molto sdruciolevole… per fortuna il buon senso ci ha fatto capire che non era il caso di proseguire, gli ometti erano spariti. Il GPS però “diceva” che era questione di metri, la traccia passava di lì! Iniziano a venirmi i dubbi più atroci: magari il tizio che ha registrato la traccia non ha fatto tutto il sentiero Benini ma si è avventurato sulla parete, arrampicando… poi ho iniziato a capire che su una parete verticale quale era quella dove ci trovavamo il GPS non può aiutare molto: pochi metri di spostamento sul piano orizzontale possono essere moltissimi sul piano verticale… insomma, eravamo quasi certamente sulla cengia sbagliata. Peccato che ci siamo convinti che il sentiero giusto passasse alla base della parete (per questo errore però possiamo “ringraziare” le Kompass, mannaggia a me che ho comprato quelle!). Così torniamo sui nostri passi e proviamo a costeggiare la parete, seguendo nuovamente quei maledetti ometti, che ci davano un’illusoria convinzione di essere finalmente sul sentiero giusto… ma il GPS mi diceva chiaramente che ci stavamo allontanando dalla traccia, dalla prima bocchetta e dal rifugio… insomma, secondo me c’era qualcosa che non andava, ma Nicola e Antonella erano ormai presissimi a cercare l’ometto successivo (anche questa operazione non era banale, trovandoci in una distesa infinita di sassi e rocce). Effettivamente guardando la parete dove c’eravamo cacciati prima sorridevamo pensando che solo arrampicando avremmo potuto proseguire. Ed invece era proprio lì che dovevamo passare, qualche decina di metri sopra alla cengia dove eravamo passati noi inizialmente… ed il bello che Antonella aveva anche visto in lontananza la targhetta che identifica l’attacco del sentiero… ma non era riuscita a spiegarci dove fosse e così avevamo lasciato perdere. Al ritorno invece è riuscita a farcela individuare e con l’aiuto dello zoom della macchina fotografica non abbiamo più avuto dubbi… quella è la targa di cui parla la guida, posta a circa 2600 m. Ma tornando a dove eravamo rimasti… in pratica seguiamo gli ometti fino a che sulla mappa del mio GPS è chiaro che stiamo puntanto alla cima Roma… Nicola però forse non si fida del GPS e prosegue, sperando che al colle sotto la cima si possa ricongiungersi in qualche modo al sentiero giusto… arrivati al colle, dopo aver attraversato un nevaio (vedretta) abbastanza ripido, ci è tutto chiaro… ormai è tardi, dobbiamo tornare al rifugio sotto alla stazione di arrivo della funivia e ricominciare da capo domani mattina! Lungo il rientro, io provo a proporre più volte di cercare l’attacco giusto e di provare a raggiungere il rifugio prenotato comunque… le frontali le abbiamo… inutile dire che la saggezza degli altri due miei compagni spegne ogni mio entusiasmo. Vorrà dire che nei prossimi 4 giorni recupereremo le 4 ore perse questo pomeriggio! E così sarà, per la gioia di Antonella, che non vedeva l’ora di riposarsi in riva al lago di Garda la domenica…

Qui le foto del primo giorno.

Il giorno successivo finalmente partiamo alla carica… seguiamo pedissequamente il sentiero 305 che ci porta alla famigerata targa di inizio sentiero attrezzato. Passiamo da un bivio che ci segnala la salita alpinistica alla cima Grostè. Un pensierino ce lo facciamo, ma non abbiamo alcuna informazione sulle difficoltà e soprattutto non abbiamo l’attrezzatura adeguata, quindi a malincuore rimandiamo (ma non era in programma d’altronde). Ci imbraghiamo e tutti felici iniziamo a percorrere una cengia, in molti tratti non protetta. Siamo soli, dopo un po’ ci raggiunge una ragazza polacca, in giro da qualche giorno da sola… davanti a noi in lontananza scorgiamo altri due escursionisti. Insomma, la ressa che ci aspettavamo qui proprio non c’è. Passiamo sotto la cima Falkner, attraversiamo dei nevai (vedretta di Vallesinella) e arriviamo alla bocca del Tuckett, da cui saremmo scesi al rifugio omonimo ieri sera, se avessimo trovato il sentiero al primo colpo… siccome è presto proseguiamo per il rifugio successivo, l’Alimonta, lungo la ferrata della bocchette Alte. Qui prendiamo, a metà ferrata, la deviazione, segnalata con ometti, per la cima Brenta. Passaggi di II grado sprotetti e la scomparsa improvvisa degli ometti ci fanno ancora una volta decidere per la ritirata. Questa salita era invece in programma (nel senso che nella guida la consigliava), ma essendo completamente soli (ma dove cavolo sono le frotte di ferratisti e alpinisti di cui tanto si parla?!) e non capendo dove proseguisse la via (senza finire su difficoltà troppo alte da fare senza assicurazione), abbiamo dovuto fare dietro front anche questa volta. Probabilmente comunque la normale non sale da quel versante… Riprendiamo la ferrata, passiamo per lo Spallone di Massodi, saliamo la scala degli Amici e arriviamo nei pressi della bocca d’Armi, dove scendiamo per pernottare al rifugio Alimonta. In rifugio ci dicono di non avere più letti liberi, ma di avere ancora qualche metro quadrato di pavimento! Ottimo, la cena invece è garantita (ottima e abbondante, anche se il Graffer non lo supera nessuno). Alla fine della cena, consumata in compagnia di due simpatici tedeschi conosciuti nell’ultimo tratto di ferrata e di un prof. universitario di Roma, ci avvisano di aver trovato 3 letti per noi (molti prenotano e poi non si presentano). Ci facciamo pure la doccia, e cosa vogliamo di più? Qui le foto del secondo giorno.

Il terzo giorno incomincia su neve, per salire nuovamente alla bocchetta d’Armi e attaccare le bocchette centrali, il tratto sicuramente più scenografico e quindi trafficato di tutto il giro. Per fortuna il gruppone della partenza si sgrana in fretta. Tutti quelli con cui parliamo ci danno perdenti riguardo al nostro obiettivo di giornata: il rifugio XII Apostoli. Un buon allenamento di base (noi in montagna ci andiamo tutto l’anno!), un pizzico di fortuna e un po’ di convinzione ci hanno permesso di smentirli, raggiungendo la meta prefissata. Il traffico comunque l’abbiamo lasciato alle spalle una volta raggiunto il rifugio Tuckett, prendendo il sentiero Brentari. Passiamo prima sotto al Campanile Basso, che con la sua via normale sul IV grado ci attira non poco. In parete c’è qualche cordata, ma non credo fosse sulla normale. Davvero un torrione incredibilmente invitante, ci torneremo!

Poi passiamo sotto la cima Tosa, anche questa da conquistare un’altra volta (la normale ha passaggi di II).

Giungiamo nei pressi del rifugio Agostini, che però non raggiungiamo, deviando per l’attacco della ferrata Castiglioni, molto verticale e ricchissima di scale. In cima fa freschino, ci copriamo e giù su un bel nevaio, puntanto al rifugio XII Apostoli ormai in vista. Prima di cena visitiamo una chiesetta scavata nella roccia della cima XII Apostoli, dedicata a tutte le vittime di incidenti di montagna… impressionante, molto toccante leggere molte cime conosciute. La passione che si trasforma in tragedia, basta davvero un attimo: in montagna, ma ovunque d’altronde, bisogna sempre avere un po’ di margine di sicurezza

Qui le foto del terzo giorno.

Il quarto giorno inizia con i peggiori auspici: durante la notte ha piovuto parecchio e anche mentre facciamo colazione il clima non è dei migliori… quando saldiamo il conto con il rifugista, quest’ultimo ci consiglia di tornare a valle: infatti anche per il giorno successivo le previsioni non sono buone. Decidiamo di tentare di arrivare per lo meno al rifugio Brentei. Partiamo tutti coperti, pronti al peggio. Ed invece solo qualche goccia e qualche nuvola bassa, fosse sempre così il maltempo! Arriviamo così al primo rifugio (Brentei) dove decidiamo di proseguire in quota lungo il sentiero attrezzato SOSAT. Il meteo sembra tenere e così ci avventuriamo. A metà ferrata inizia a piovigginare, ma anche questa volta è un falso allarme. Giungiamo così al secondo rifugio della giornata, il Tuckett. Da qui arrivare al terzo e ultimo rifugio della giornata è ormai un gioco da ragazzi, possiamo farlo anche sotto al diluvio universale essendo semplicemente un sentiero. Ma anche questo tratto lo facciamo asciutti e così, ancora una volta, smentiamo tutte le voci malauguranti che ci dissuadevano dal continuare il nostro giro. Siamo strafelici, perchè il giro è ormai finito (manca solo l’ultima tappa che ci riporterà a valle, tramite un’ultima ferrata ovviamente!). Era da  4 giorni che Nicola e Antonella si sognavano una fetta di una torta addocchiata la prima sera al rifugio Graffer, dove abbiamo fatto ritorno la sera del quarto giorno e così, meritatissima, ne prendono una fetta ciascuno. Io invece vado di sacher. Peccato che la torta che avevano addocchiato 4 giorni prima fosse ancora lì, quindi la fetta tanto desiderata fosse ormai più simile al cartongesso che alla panna montata! La mia sacher invece era bella fresca! Il tutto bagnato da un’ottima cioccolata calda… e questa era la merenda, poi è arrivata la cena, che come previsto, non ci ha delusi.

Qui le foto del quarto giorno.

L’ultimo giorno in Dolomiti ci porterà, come detto, di nuovo a Madonna di Campiglio. Il meteo tiene anche oggi e così, come da programma, risaliamo per l’ennesima volta al passo Grostè da cui parte il sentiero Vidi. E’ considerata una ferrata facile, adatta ai bambini, ma alcune cengie esposte e sprotette mi farebbero caldamente sconsigliare di portarci un bambino, a meno che non vogliate sbarazzarvene!🙂 L’idea iniziale era quella di proseguire poi lungo un altro sentiero, che però il rifugista ci ha sconsigliato perchè molto lungo e con difficoltà alpinistiche e di orientamento. Visto il meteo ballerino saggiamente decidiamo di non rischiare troppo e di accontentarci di arrivare alla bocchetta Tre Sassi e lì scendere a valle. Ci è andata proprio bene, perchè avessimo tardato di un’oretta ci saremmo trovati sotto un temporale davvero violento (noi ormai eravamo al parcheggio, dopo aver fatto un giretto a Madonna).

Sotto il diluvio universale riprendiamo la macchina e ci dirigiamo verso Trento, percorrendo la Val di Non e fermandoci a Cles per visitare la bellissima mostra di ciclismo “Scatto fisso”. Nei dintorni di Trento ceniamo e pernottiamo in uno splendido B&B (Locanda del Bel Sorriso).

Qui le foto del quinto giorno.

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